Bambini che rifiutano di mangiare: fase normale o difficoltà evolutiva? Scopri cos’è l’alimentazione selettiva.

 

Avete un bambino che mangia solo cibi di colore giallo come pasta o formaggio, mentre strilla ogni volta che gli mettete nel piatto dei piselli o delle carote? Potreste avere a che fare con un bambino con alimentazione selettiva. (1)

Ma che cos’è esattamente l’alimentazione selettiva?

È una fase dello sviluppo normale, un precursore dei disturbi alimentari infantili oppure è essa stessa un disturbo? Quando e come è opportuno intervenire?

Con l’espressione “Alimentazione Selettiva” si descrive il comportamento di bambini che limitano la loro alimentazione ad una gamma ristretta di cibi preferiti, rifiutandosi di mangiare altri cibi conosciuti o di assaggiarne di nuovi. Mangiano cinque o sei cibi differenti, spesso carboidrati come pane, patate fritte o biscotti. Quando il genitore tenta di ampliare la gamma di cibi il bambino reagisce con ansia e disgusto e può manifestare sforzi di vomito.

Ecco i comportamenti e le manifestazioni più comuni:

  • Il bambino mangia solo i cibi preferiti;
  • Si distrae mentre mangia, manifesta scarso interesse per il cibo;
  • Assume alcuni alimenti solamente se “nascosti” all’interno di cibi o bevande preferiti;
  • Consuma il pasto con lentezza e raggiunge velocemente la sazietà;
  • rifiuto di assaggiare cibi non conosciuti, scarso apporto di verdura o di altre categorie alimentari;
  • richiesta di una modalità particolare di preparazione dei cibi.

 

Una premessa:

è bene ricordare che già durante l’allattamento e poi lo svezzamento e il passaggio all’alimentazione autonoma, il pasto è il momento in cui il bambino costruisce il rapporto con gli adulti: questi momenti forniranno anche “ il modello” per le successive interazioni sociali.

È proprio all’interno di tale percorso evolutivo che si osservano le prime forme di difficoltà alimentari. Nella maggior parte dei casi sono transitorie e sono l’espressione di difficoltà evolutive temporanee che tendono a risolversi spontaneamente in tempi rapidi. In altri casi, le anomalie che si osservano possono persistere nel tempo e assumere i caratteri tipici dei Disturbi del Comportamento Alimentare.

 

rifiuto-pappa-e1421318241618Durante il primo anno di vita il bambino non possiede ancora capacità sufficienti ad integrare le informazioni e generalizzarle al contesto: è perfettamente normale che per il bambino “un biscotto” sia solo quel particolare tipo di biscotto (sempre quello – stessa forma – stessa marca) a cui il bambino si è abituato. E’ stato trovato che sono necessarie circa 15 presentazioni di un cibo nuovo perché il bambino possa considerarlo come familiare, e altre 10 perché possa arrivare a preferirlo.

Molti genitori, al contrario, si arrendono quasi subito dopo i primi rifiuti del bambino.

Un fenomeno naturale che non deve preoccupare riguarda la cosiddetta “neofobia”, ossia il rifiuto dei cibi nuovi.

Non tutti sanno che questo comportamento è in realtà geneticamente determinato; il fatto di non considerare sicuri i cibi sconosciuti (alcuni bambini hanno reazioni di disgusto fino al vomito), protegge il bambino dall’assunzione di cibi tossici durante l’esplorazione.

Generalmente, la fase della neofobia termina entro il terzo anno di età e solo raramente dura fino ai 5 anni.

 

Quando bisogna preoccuparsi?

L’ alimentazione selettiva diventa un problema in due casi:

  1. quando comporta difficoltà o rallentamento nello sviluppo psicofisico e carenze nutrizionali;
  2. quando le difficoltà e lo stress emotivo che causa sono eccessivi per i membri della famiglia.

 

Da cosa dipende l’alimentazione selettiva?

“L’eziopatogenesi dell’alimentazione selettiva è multifattoriale e può essere di origine medica, biologica, psicologica, ambientale e anche derivante dall’interazione di più fattori. Lo sviluppo di un comportamento alimentare selettivo può derivare da fattori come:

  • la pressione a mangiare
  • alti livelli di emozionalità negativa nel bambino o nel genitore
  • maggiore sensibilità agli stimoli sensoriali da parte del bambino (soglie recettoriali più basse)
  • stili o pratiche legate all’alimentazione, incluso il controllo genitoriale o fattori più specifici come l’assenza di un allattamento al seno o tentativi di svezzamento prima dei 6 mesi.

E’ perciò importante riconoscere questa problematica fin dalla più tenera età, per supportare la crescita e delle interazioni bambino-genitore che possano favorire uno sviluppo sano ed armonico (Mitchell et al. 2013).

Quando un figlio inizia a manifestare un rapporto alterato con il cibo, l’intera famiglia entra in crisi, soprattutto se il bambino non è ancora in grado di parlare. L’alimentazione selettiva e il rifiuto verso nuovi alimenti genera nei genitori un profondo disorientamento. L’atmosfera familiare risente delle difficoltà legate ai momenti dei pasti e i genitori, in particolare il familiare che si occupa maggiormente dell’alimentazione del bambino, sia in termini di preparazione dei piatti sia di presenza durante il pasto, inizia a provare emozioni negative che non sempre aiutano nella risoluzione del problema.

L’ansia riguarda il fatto che i bambini non ricevano un’adeguata nutrizione sia in termini di quantità che di varietà. La rabbia manifestata nei continui conflitti durante i pasti viene legata al senso di frustrazione per i continui rifiuti dei figli verso nuovi alimenti.

Elevata è inoltre l’impotenza che deriva dalla constatazione che tutti gli sforzi fatti per ampliare il repertorio alimentare vengono rifiutati. Spesso interviene nei genitori anche il senso di colpa, sia per le ricorrenti battaglie intraprese al momento di mangiare, sia perché iniziano a credere che possa essere il proprio modo di cucinare a causare problemi.” (ibidem)

 

Rivolgersi al proprio medico è la prima cosa da fare

Siccome la causa può essere sia di origine biologica, medica, neurologica (ad esempio ipersensibilità percettivo-gustativa, olfattiva, tattile) o psicologica, se il problema persiste va prima di tutto esclusa la causa medica (celiachia, intolleranze alimentari).

Contemporaneamente, bisogna porre un occhio attento alle manifestazioni del disagio del bambino e considerare gli aspetti relazionali e comportamentali dell’alimentazione perché potrebbero essere l’espressione di una possibile disarmonia della sfera affettiva del bambino, di una fatica, di un malessere o di una difficoltà evolutiva. Ciò ha il valore di un messaggio!!

 

Il pediatra dice che il bambino sta bene: cosa dobbiamo fare?

E’ importante che i genitori imparino a valutare meglio e a tenere in maggiore considerazione lo stato emotivo del bambino.

Genitori attenti possono comprendere se si tratta di un comportamento transitorio legato a un momento di particolare stanchezza o fatica del figlio, ad esempio l’ingresso del bambino all’asilo nido, la nascita di un fratellino, il rientro della mamma al lavoro.

Alcuni comportamenti errati e maladattivi da parte dei genitori possono dare origine o aggravare difficoltà nell’alimentazione. In particolare:

  • Lo stile di accudimento lassivo e permessivo, che soddisa tutti i desideri del bambino come preparargli solo quello che preferisce per evitare conflitti;
  • Lo stile autoritario che include pratiche coercitive ed imposizioni per forzare il bambino a mangiare.

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“Poichè l’alimentazione e il momento del pasto sono sempre inseriti in una cornice relazionale, è importante evitare usi impropri del cibo da parte degli adulti, che rischiano di fare dell’atto nutritivo uno strumento di potere. Vengono quindi sconsigliati interventi intimidatori da parte dei genitori (‘Se non mangi tutto chiamo il vigile che ti porta via’), ricattatori (‘Se non finisci la pasta dopo non potrai giocare‘) oppure mescolare il piano educativo con quello affettivo (‘La mamma piange se tu non mangi’, ‘Sei un bambino cattivo perché non mangi e fai arrabbiare mamma e papà‘ oppure ‘Se non lo mangi dopo non ti leggo la storia‘ )” (ibidem).

 

Ecco 3 cose da fare subito per modificare la situazione

Si tratta di consigli generici, ma se adattati alla vostra esperienza produrranno degli effetti.

  1. E’ stato dimostrato che i genitori con bambini molto selettivi nel mangiare credono che le preferenze alimentari dei loro figli non possano essere modificate. Se al contrario si iniziasse a credere le scelte dei figli in fatto di cibo non siano innate, si potrebbero iniziare a diversificare le pietanze proposte nei colori, odori e consistenza, utilizzando gli alimenti che il bambino già mangia e rispettando le spontanee inclinazioni mostrate dai figli.
  2. Un altro suggerimento è eliminare la pressione a mangiare: passare dunque da “Assaggialo e se non ti piace non devi mangiarlo‘, che però i bambini selettivi percepiscono come: ‘Se ti piace, lo devi mangiare‘ a una proposta come: ‘Assaggialo e dimmi cosa ne pensi.
  3. In ultimo è utile focalizzarsi sull’educazione alimentare più che sul mangiare; esplorare il cibo è infatti più facile quando è completamente slegato dall’alimentarsi. E’ importante parlare del cibo in termini di gusto, aroma, apparenza, consistenza, temperatura, suono, origine, prima che i bambini ne mettano un boccone in bocca. Più informazioni sanno, più coraggiosi saranno. Anche il cucinare insieme può essere un’attività utile; se infatti l’obiettivo non è solo quello di far mangiare al bambino ciò che è stato preparato, può aiutare i figli a prendere maggiore confidenza e familiarità con gli alimenti. Questa attività inoltre soddisfa le esigenze affettive, la spontanea curiosità del bambino, il desiderio di sentirsi grandi e importanti, l’imitazione dei genitori e anche l’appetito (ibidem).

Per concludere….

E’ chiaro che le preferenze alimentari derivano sia da fattori complessi intrinseci al bambino (temperamento, ipersensibilità sensoriale) sia da elementi ambientali (pressione a mangiare, stile genitoriale, abitudini alimentari dei genitori, facile rinuncia nell’offrire cibi nuovi) e contribuiscono a determinare le attitudini dei bambini sia verso i cibi familiari che non familiari.

E’ necessario quindi imparare prima il concetto di nutrizione e poi iniziare a dare il buon esempio: i bambini imitano quello che vedono fare da chi li circonda.

E’ fondamentale inoltre che i genitori riconoscano che l’emozionalità che si accompagna al pasto e all’alimentazione è un elemento imprescindibile per comprendere il bambino e occuparsi del suo benessere.

 

Mauro Bruni© – Tutti i diritti riservati

Fonte:

  1. https://www.stateofmind.it/2016/01/alimentazione-selettiva-infanzia/
  2. Mitchell GL, Farrow C, Haycraft E, Meyer C.Parental influences on children’s eating behaviour and characteristics of successful parent-focussed interventions.  2013;60(1):85–94.

 

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